Su Emiliano


Un occhio che scruta dall'esterno di sé stesso il mistero della vita.

L'artista che si fa spettatore della sua opera, parte del suo disegno,
creatura della sua creazione.E' bello ricercare la figura di Emiliano Bertelli nei gorghi visionari
delle sue opere, e trovarlo lì, occhio curioso che ci osserva,
o piccolo uomo di spalle seduto davanti al mare, e, perché no,
minuscolo Pinocchio in silouhette.

Non sono visioni, incubi, deliri, metafore che animano i suoi dipinti,
ma è il suo mondo, la sua realtà, perché, come sosteneva Umberto Boccioni,
il mondo esterno "è un'apparenza", quello vero "è in noi e l'artista
ne supera diecimila prima di fondersi in quello che assomiglia a lui stesso".
Ecco perché Emiliano vuole esserci.Di Boccioni ha gli spigoli, i colori, i tagli di piano, di De Chirico
i grandi spazi in cui scompone i suoi Pinocchio, dell’ultimo Kandinsky
le forme geometriche, e di Mirò eredita la sinuosità delle linee
e la minuziosa continuità degli oggetti apparentemente disordinati,
ma non è nei paragoni che si comprende la sua pittura.E' solo leggendo le sue opere che si penetra a fondo in quella
che si potrebbe definire "l'immobilità dei sentimenti".
Le immagini di Emiliano Bertelli non sono infatti in movimento,
sono cristallizzate, pietrificate, icone statiche capaci però
di trasportare chi le guarda, proprio grazie alla carica di sentimenti che emanano,
di cui sono intrise."Trapasso", "Ridiculae", "La fonte della speranza" raffigurano volti
dall'espressività fortissima, caricaturale in alcuni casi,
tanto da trasmettere con forza a chi li osserva il dolore, la rabbia,
la serenità, l’arroganza che vogliono rappresentare.
Il tratto è nitido, preciso, la tecnica molto fine, specie nelle ultime opere,
caratteristica questa molto pregevole in un’epoca in cui spesso
si fa della confusione dei tratti un mezzo per coprire le proprie piccole incapacità.Emiliano Bertelli ha grandi doti pittoriche, e può permettersi
il lusso di definire minuziosamente linee, forme, ombre e personaggi.
Niente nel suo surrealismo è lasciato al caso.Le opere dedicate a Pinocchio sono l'esempio più evidente
di questa sua ricercatezza stilistica, di questo "ordine del disordine".


La morbidezza della pennellata, la precisione quasi rinascimentale delle ombre,
il fluire dell’acqua lucida e leggera come un nastro di seta
nei suoi chiaroscuri, la direzione certa ed assoluta degli sguardi
nei tanti occhi che li popolano, la perfezione delle forme geometriche, ne sono la prova.
Affascinante la contrapposizione tra una simile precisione
e l'inquietudine intrinseca del tema.
Pinocchio uomo, Pinocchio bambino, Pinocchio pezzo di legno,
una sola eppure tutte e tre le cose insieme,
nella continua ricerca di se stesso.
Pinocchio solo sul fondo della scena, in ombra, con il profilo
che accentua la sua diversità, il suo handicap,
come nudo di fronte al mondo, ma grandissimo,
forte proprio della sua fragilità.
Lui così piccolo, eppure capace di proiettare un'ombra enorme dietro di sé.

.....Ufficio Diocesano per la Catechesi attraverso l'Arte dell'Arcidiocesi di Firenze,
Niccolò Torrini ,Presidente di "Firenze Fede Arte", Segretario Generale di "Ars et Fides Firenze".

L’arte di Emiliano.

 

 

Si dice che il divino Michelangelo progettasse, scolpisse, dipingesse soprattutto di notte; e anche M.Proust, digerendo le adorate soles à la meunière, immaginava sui fogli, in quelle ore postprandiali, i delicati e inappellabili percorsi della sua ‘Ricerca’; da una farina all’altra, i fornai preparano i prodotti della loro arte di notte, per consegnarli alla sublime fragranza del mattino. Da un’arte all’altra, i piccoli si incontrano coi grandi, le arti eccelse con gli artigianati più terrestri, perché la creatività non ha limiti e non tollera i pregiudizi ormai estenuati degli uomini che criticano pontificano selezionano, ma si invischiano nel magma dei loro stessi confusi pensieri. Emiliano, mi risulta, lavora ai suoi quadri nell’assorto pomeriggio, anche lui incantato da quei fauni che lo popolano, come dicono i poeti e i musici: i risultati sono quelli che si presentano agli occhi, ma che vanno al cuore e deliziano l’intelletto: ovvero, in sintesi, egli raggiunge quella che nell’attuale mondo si suole definire “arte”. Essa, però, è ormai compromesso tra sublime e infimo, imprigionata com’è in una realtà post-epica, la sola concessa ai mortali che la vivono; così pure, all’epoca della repressione neroniana dopo la congiura dei Pisoni, la letteratura e la poesia di un artista eccelso come Petronio, condannato dall’imperatore al suicidio, seppe proporre un modello nuovo di espressione artistica, l’unica consentita dai suoi tempi (tanto simili ai nostri), cioè una nuova simplicitas, fatta di degradazione dei modelli alti, ma senza mai rinunciare all’onesta dichiarazione degli intenti, ricavabile dalla sua opera, e alla denuncia della protesta, trasfigurata dalla disciplina professata, in quel caso la prosa e la poesia, miscelate nel menippeo prosimetro:ma non uno dei vizi e delle nefandezze della corte rimase celato per chi seppe leggere tra le righe del romanzo, il Satyricon. Una protesta, decantata e come anestetizzata nei suoi aspetti gridati e ‘politici’, incanalata nelle forme tecniche scelte (la linea, il disegno, lo spazio, il colore) è, analogamente, parte inerente dell’ “arte” di Emiliano, un pittore che si è formato a lungo nella riflessione, anche tecnica, e che è ultimamente pervenuto ai risultati di una nuova, meditata, protesta etica. Osservando certe sue ultimissime creazioni, si ha un’impressione di vibrazione anche ideologica, ma resa serena e comunicata in modo pacato dalla consuetudine coi valori della vita e dell’arte, del disegno, del colore e della luce. I nomi del sinuoso Mirò, del fantasmagorico Kandinsky, ma a mio avviso anche del visionario Bosch, rivisitato con sensibilità surrealista, difatti post-moderna e post-epica, sono quelli più adatti a definire la realizzazione tecnica dei suoi quadri: su tutto prevale, però, la calma disegnativa, la finezza della ricerca cromatica, ereditate, chissà per quale via, da qualche pictor angelicus dei tempi nostri, da un insegnante o da una predisposizione genetica. Emiliano ha dunque molto pensato e sentito col cuore, con la ragione, con l’anima, prima di affacciarsi a ‘dire’: dopo avere esperito e trasformato in prove d’artista le competenze che aveva elaborato in anni di formazione e di apprendistato, si è abbandonato ad un profondissimo percorso di autolettura dell’intimo (il ciclo di Pinocchio), consegnando una confessione, intesa come professione dell’anima, prima chiarita a se stesso, poi divulgata e trasfigurata nelle forme pittoriche dei quadri. Poi è giunto anch’egli alla protesta, come tutti gli artisti degni del nome che, lontani dalle faziosità delle parti, lamentano i mali etici della realtà in cui vivono, ma non ammorbidiscono le ferite del mondo col pianto inutile e distruttivo, bensì con l’indicare dopo tanto male la costruzione, il rimedio, e anche lo scintillante ottimismo, ottenuto in questo caso coi mezzi tecnici che un pittore ha a disposizione, cioè, soprattutto, il colore. E’ così che è nato un quadro come Che bella Italia e, ancora di più, l’estrema prova di Trattato sado-naso che, oltre la paronomasia d’effetto nel titolo che allude fragorosamente, ma senza nominarla, alla dicotomia sado-masochistica dei comportamenti umani nell’ ‘aiola’ che ci fa ‘feroci’ e vittime, si presenta come un pamphlet di orientamento etico-ideologico, una protesta sublimata nelle forme tecniche della disciplina scelta, ovvero quella pittorica. La scena, saldamente impostata nello spazio, presenta un sintesi complessa di figure: una struttura tentacolata si incentra nella forma-simbolo di un grande naso in cui è inserita una cannuccia coi colori dell’America, nella quale una forza misteriosa insuffla cocaina, la sostanza che proprio dal naso viene assunta; nella parte alta del quadro un fiotto di petrolio va ad insozzare il verde, colore elettivo della natura; da lì si creano fiamme, quelle stesse che divorano i dannati nell’Inferno immaginato dai poeti e si materializzano le tettarelle da neonati, in allusione graffiante alle derive pedofile di certa parte della Chiesa, rappresentata nelle figurine di un papa che bacchetta e di cardinali musicisti che cantano e suonano (una bella antifrasi dei simbolismi rappresentati dall’ingenuo e meraviglioso Giovanni da Fiesole). Ma la polemica si trasfigura velocemente in una visione centrifuga dello spazio che dal naso si espande attraverso raggi-strade, indicando un percorso di fuga e di trapasso; il resto è affidato ai colori brillanti, che insistono sul verde sereno e il viola allegro, in modo che una nota dominante di ottimismo sublima le basse proteste dell’uomo, trasformandole in un percorso d’arte: ed ecco che allora, il naso, veicolo di droga e trait-d’union con il corpo dell’uomo, diventa simbolo di aspirazione metafisica, centro di irradiamento verso un mondo nuovo. Complimenti, Emiliano.

 

Andrea Aragosti.